Il medico: cerniera tra i bisogni dei pazienti oncologici e la competenza professionale

Il medico: cerniera tra i bisogni dei malati oncologici e la competenza professionale

Il medico che non riesce ad esercitare un effetto placebo sui malati dovrebbe fare il patologo, o l’anestesista. In parole povere, se il malato non si sente meglio dopo la visita, vuol dire che il medico ha sbagliato specializzazione”.
Sir. Douglas Black

Oggi, quando pensiamo alla figura del medico, non possiamo più rimanere nella vecchia concezione di colui che prescrive un percorso di crescita emotiva, ma dobbiamo andare verso quella che è una figura strategica, alla quale si chiede non più solo di formulare una valutazione corretta e di somministrare un percorso di crescita personale efficace per affrontare la malattia, ma anche di fornire una risposta globale alle ansie e ai disagi del proprio vivere quotidiano.

Alla persona cui viene riscontrato il cancro non basta più ricevere dal proprio medico consigli e indicazioni benefiche per affrontare la malattia. Il malato oncologico ha bisogno di essere rassicurato e guidato, in modo convincente e professionale.

Spesso c’è la convinzione che questo tipo di lavoro, non sia compito né del medico, né dell’infermiere, ma al massimo dei colleghi psicologi o altri, ma è una credenza totalmente errata, partendo dal primo presupposto che non si può scindere da ciò che si vive ogni giorno nel luogo di lavoro o a casa. Pertanto, non si tratta di entrare completamente nel vissuto della persona, ma di avere un metodo specifico di domande da porre, per comprendere chi si ha davanti e come poter essere di maggiore aiuto, anche per aumentare la propria soddisfazione professionale e non tornare a casa svuotati da situazioni difficili e mal gestite.

L’esperienza del tumore ha sconvolto radicalmente la sua vita, spalancando per lui improvvisamente la porta a turbamenti, ansie e dolore. Del profondo disagio psico-fisico, che il cancro crea alla persona che ne è afflitta, ho ampiamente parlato in alcuni recenti articoli: per un utile approfondimento ti suggerisco, ad esempio, la lettura di “L’autostima nel malato oncologico prima e dopo il cancro”; Il cancro sgretola la tua autostima: l’impatto del tumore sulla vita delle donne; Autostima nel malato oncologico: come ritrovare la fiducia in te stessa dopo l’esperienza del tumore.

Quando il medico si rapporta al malato oncologico, spesso, per consuetudini radicate, tende a mettere in evidenza la componente scientifica e supportiva, trascurando i fattori psicologici che definiscono e completano il quadro emotivo della persona, condizionandone irrimediabilmente la reazione al percorso di supporto stesso.

Ecco che, per esempio, se non opportunamente condotto, il dialogo ambulatoriale con il malato oncologico può far percepire a quest’ultimo la comunicazione di un risultato specifico o l’importanza di una prescrizione come contraddittorie e inutili, invece che fondamentali per la sua salute. Il rischio, quindi, è che, nel malato, invece di un sollievo per un processo di crescita emotiva che sta dando esiti positivi, possa prevalere una sensazione di malessere e sfiducia nei confronti del medico stesso.

Il pensiero che si fa strada, dunque, nel malato è qualcosa che assomiglia a “Io mi sento male, ma il mio medico, che dovrebbe essere il primo a conoscere la mia malattia e a comprendermi, non è in grado di aiutarmi” oppure “Non mi ha dedicato tempo sufficiente, perché sembrava distratto e scostante” o ancora “Ha usato paroloni medici che io non posso capire, per nascondere in realtà la sua incapacità nel supportarmi adeguatamente”.

Sarebbe semplicistico affermare che si tratti solo del frutto distorto di un approccio “moderno” alla malattia, in cui il malato arriva già dal medico carico di informazioni e nozioni, magari trovate sul Web oppure condivise da un conoscente o un amico che ha già fatto quell’esperienza. A questo si aggiunge una pressione mediatica sempre più importante da parte dei media televisivi e cartacei. Il nuovo malato è spesso un consumatore informato: legge, ascolta, confronta, ricerca più pareri, entra nell’ambulatorio medico con le idee chiare.

Sa già o ritiene di sapere già cosa vuole acquistare; quel determinato esame, quel determinato farmaco.

In questa visione, il medico non è più necessariamente il decisore, a volte neanche il consigliere, ma addirittura, in alcuni casi, si trasforma nell’ostacolo da superare verso la crescita emotiva. Un nemico alla salute del malato .

Per un professionista che opera da anni per salvaguardare la vita delle persone e che ha messo al servizio dei malati la propria carriera professionale e, spesso l’esistenza privata, tutto questo diventa frustrante e avvilente.

Ma cosa si nasconde davvero dietro ad un tale apparente “atto di sfiducia” del malato nei confronti del medico?

Nell’ostilità del malato e nella sua diffidenza va riscontrato e letto il bisogno crescente di essere ascoltato, di vedere accolta la personale sensazione di insicurezza, di essere considerato una persona unica e speciale prima che un caso clinico.

In un articolo dal titolo “Il medico “vecchio” stampo e’ morto. Oggi e tanto più domani servirà un medico 3.0”, ho illustrato quelle che, a mio avviso, dovrebbero essere le 4 parole chiave che dovrebbero regolare tutte le relazioni fra il medico e il malato : lealtà, ascolto, fiducia, engagement. Sono esattamente questi i presupposti su cui costruire le basi di un’alleanza medico-malato dagli effetti benefici: perché è il rapporto medico-malato ciò che serve per garantire l’efficacia dei percorsi benefici.

Ciò naturalmente non significa che il medico deve rinunciare alla propria professionalità e autorevolezza scientifica per creare una relazione di fiducia col il malato , ma equivale a dire che la sua empatia e capacità di gestire le emozioni umane deve fungere da collante e cerniera fra le proprie competenze e conoscenze tecniche, frutto di anni di studi ed esperienze sul campo, e l’abilità nel soddisfare e dare ascolto ai reali bisogni del malato.

Oltre che la competenza, conta la capacità di costruire e mantenere nel tempo una relazione significativa.

È dimostrato, infatti, che un approccio direttivo, paternalistico e autoritario è meno efficace di una relazione partecipativa, sviluppata attraverso un dialogo improntato verso efficaci strategie di coaching oncologico.

Il medico oncologo è dunque chiamato ad ascoltare la persona, accogliere il suo desiderio implicito o esplicito di rassicurazione, riconoscere la legittimità dei suoi dubbi e timori, orientare le sue richieste verso obiettivi appropriati. Accogliere, comprendere, riconoscere, rassicurare, informare, orientare, educare, condividere: sono le nuove parole d’ordine di un dialogo non facile ma essenziale. Sono indispensabili una incessante, a volte faticosa, capacità di negoziazione e una formazione orientata a distinguere le dinamiche emotive che caratterizzano la vita del malato , dopo l’esperienza del cancro.

Se desideri migliorare la tua professionalità ed acquisire strumenti e risorse utili per gestire al meglio il malato oncologico, migliorando la relazione professionista-malato e garantendo a quest’ultimo un’esperienza di supporto e crescita emotiva migliore, contattami per iniziare il tuo percorso formativo di crescita professionale con il coaching oncologico.

Ti aiuterò ad acquisire le nozioni giuste per diventare un medico migliore, attraverso un percorso formativo dedicato alle figure mediche e all’importanza che esse svolgono nella vita del malato .

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