Sono Maria Elena Grillo. Questa è la mia relazione al termine del Master in Coaching Oncologico.
Ho deciso di iscrivermi al Master in coaching oncologico di primo livello per la grande stima che ho nei confronti della docente Mara Mussoni, avendola già conosciuta e avendo provato su di me l’ efficacia del suo metodo durante le sessioni individuali, iniziate dopo aver ricevuto la diagnosi di tumore al seno a novembre del 2019: dall’ angoscia iniziale ,con l’ aiuto di Mara, ero già arrivata a un buon grado di serenità e consapevolezza, ma ho deciso di aumentare il mio livello di crescita personale iscrivendomi al master e ne sono davvero felice.
Ciò che ho imparato è tanto e mi sento più ricca e consapevole; vado ora brevemente a spiegare gli argomenti che mi hanno colpita maggiormente.
Non si può non comunicare.
Noi comunichiamo sempre , anche non parlando, e il silenzio ha un grosso peso, sia che sia da parte degli altri o da parte nostra. Quante volte si soffre per un silenzio subito, di un amico o di un fidanzato che sparisce di colpo, di un collega che tiene il muso o un ufficio che non risponde a una richiesta burocratica.
E se non si esprime la propria opinione, che cosa si comunica? Disinteresse, noncuranza, titubanza, timidezza?
Il silenzio pesa, anche e soprattutto per un malato, perché non sa che cosa aspettarsi e l’attesa di una risposta è lunghissima e deleteria, così come la mancanza di spiegazioni, quindi i malati hanno il diritto di avere delle risposte e delle precisazioni che i medici devono fornire, ai pazienti il dovere di non stancarci di chiedere.
Comunichiamo anche col nostro look, e con il modo con cui parliamo, veloce o lento, a voce bassa o alta, guardando negli occhi o meno, con una stretta di mano calorosa ( quando si potrà di nuovo) o a distanza. Tutti gli scambi di comunicazione sono simmetrici o complementari a seconda che siano basati sull’ uguaglianza o sulla differenza. Quello che ci viene detto, spesso , acquista valore a seconda di chi lo dice, quindi vale la pena chiedersi: ” a chi do autorità? Ai medici, ai primari? Ma io cosa ho in meno di loro? Abbiamo percorsi diversi , ma non per questo uno è migliore di altri, quindi non bisogna provare soggezione verso queste figure .
La comunicazione è interazione, un circolo ,è influenzare l’ altro con le nostre parole, ottenendo un risultato che ritorna a noi che abbiamo parlato. Dato che ognuno ha la propria percezione della realtà, e quindi per ognuno la realtà è quella percepisce, non si tratta di convincerlo, ma se gli si vuol bene e con gli strumenti adatti, lo si può aiutare a cambiare la propria percezione delle cose per stare meglio.
Importantissimo in questo senso è il potere della narrazione, ovvero il potere delle parole che ci raccontiamo, che ci aiuta a cambiare la nostra visione di ciò che ci accade.
Uno stesso fatto possiamo raccontarcelo in una maniera negativa o nella maniera più utile per noi. Se ad esempio , abbiamo forato una gomma dopo aver parcheggiato sul marciapiede di corsa per recuperare i figli a scuola, possiamo tornare a casa incattivite e arrabbiate per il tempo perso, darci delle sprovvedute per aver parcheggiato male, oppure felici per il giovane pompiere che stava facendo la pausa caffè al bar e che si offre galantemente di cambiarci la ruota perché ha capito che il ruotino di scorta non sappiamo neanche dove sia ( sotto il bagagliaio, l’ ho scoperto quel pomeriggio .n.d.r )
I bisogni
Volenti o nolenti, tutto il nostro agire è mosso da bisogni inconsci, ma è fondamentale soppesarli per capire quali vantaggi o svantaggi ci hanno apportato in passato e continuano a darci:
- Il bisogno di riconoscimento: è normale, naturale, il bambino vuole essere apprezzato dalla mamma e dal papà, ma poi, da grande, fino a che punto vale la pena agire per ottenere le lodi degli altri ? Vale la pena fare ore di straordinario magari non pagato per farti apprezzare dal capo? E quell’ apprezzamento arriva o invece è considerato tutto dovuto? Vale la pena essere sempre disponibile per tutti, per dimostrare che sei brava? E se sei stanca, non ce la fai? Sai dire di no per rispettare te stessa?
- Il bisogno di appartenenza: per essere riconosciuto dal gruppo a scuola, con gli amici, con i colleghi, a quali compromessi spesso ci siamo costretti a scendere? Azioni che vanno contro il nostro sentire, magari contro la nostra coscienza per non essere esclusi dal gruppo, dal bere fino all’ ultima birra o sopportare chiacchiere o pettegolezzi inutili : ne valeva la pena?
- Il bisogno di certezza: il bisogno di restare nella propria zona di comfort, per cui ogni giorno fai le stesse cose, ti vesti allo stesso modo, vai in vacanza nello stesso posto bello, sicuro, non occorre mettersi in gioco ,ma che noia! Alla fine ti privi di un sacco di stimoli, possibilità di crescere . Il bisogno di certezza è quello che ti fa adagiare nelle tue lamentele, stai male, ma non fai nulla per cambiare.
- Il bisogno di incertezza: è quello ti spinge a vedere tutto, a provare tutto, a cambiare, a comprarti il cellulare ultimo modello, a scegliere di iniziare tante esperienze per poi scoprire che non riesci a portare a termine nulla.
Nell’ approccio con il paziente oncologico, innanzitutto occorre capire che noi siamo quello che pensiamo, le nostre convinzioni.
Cambiando le convinzioni limitanti, si riesce a far stare meglio l’ individuo. La prima delle convinzioni da indagare è: “Cosa vuol dire per una persona essere in salute o essere in malattia?'”
Essere in salute non è solo l’ assenza di malattie certificata dal medico, è un equilibrio di emozioni , pensieri e di spiritualità. Si può morire guariti quando si riportano in equilibrio questi aspetti.
Magari nel corpo si sta ancora male, però quando si abbandona rabbia, frustrazione e si inizia ad amarsi davvero, si guarisce , si è sereni.
La malattia non capita a caso, viene sempre a comunicarci qualcosa di noi stessi che non va, è un bisogno di attenzione verso sé stessi che ci dice che esistiamo e dobbiamo fare qualcosa per amarci, e un richiamo di attenzione da parte degli altri ( soprattutto la madre in genere).
Con l’esercizio della ruota della multifattorialità si tocca con mano questa realtà: il paziente si rende conto che il tumore in piccolissima percentuale deriva dalla genetica, dall’ ambiente esterno, forse un po’ di più dalla nutrizione errata e dalla mancanza di esercizio fisico, in gran parte deriva dalle nostre emozioni e dalle nostre relazioni, che spesso sono una grandissima fonte di stress. Ci sono dei pensieri e delle convinzioni limitanti tipiche delle persone che sviluppano la malattia: non dire mai di no, essere sempre disponibili per gli altri, non esprimere il proprio parere, l’ alto senso del dovere , mascherare le proprie fragilità, molto rabbia inespressa. É importante riconoscere queste convinzioni limitanti perché ci tolgono energia e speranza.
Quando si inizia un percorso di cambiamento però, entra in gioco il fattore dell’ omeostasi, ovvero la resistenza al cambiamento: noi siamo abituati alla sofferenza, e si fa fatica a cambiare e a rinunciare alle cose che ci hanno fatto stare male. Si sa che mangiare troppi dolci fa male, ma è dura rinunciare al cornetto al mattino per una deliziosa galletta di riso, si sa che fare sport fa bene, ma un pigro cronico fa fatica solo al pensiero.
Quando si ha una diagnosi di tumore si è arrabbiati col mondo: non è fattibile proporre al paziente una caterva di cambiamenti oltre a quelli imposti dal classico percorso di cure, i capelli che cadono, la chemioterapia etc.
Ma si può aiutarlo a stare meglio proponendo un cambiamento piccolo alla volta, adatto a quello che la persona può fare e di cui ha bisogno in quel momento, basandosi più sul piacere che sul dovere: cosa potresti fare per stare meglio? Cosa ti piacerebbe fare? Prenderti mezz’ ora per te per fare una passeggiata, dedicarti al tuo hobby preferito, prepararti quelle verdure che ti piacciono: non perché devi, ma perché ti ami!
Ci sono da tenere in considerazione inoltre le paure del malato oncologico, soprattutto quella di morire, anche se la medicina ha fatto grossi passi in avanti, istintivamente la parola cancro evoca la parola morte , ma anche la paura di non farcela ad affrontare tutto, il timore di sbagliare, la paura dell’ ignoto. Una persona può restare sottomessa e vittima della situazione oppure ribellarsi dalla convinzione che il cancro è uguale a morte, e agire.
Si passa attraverso tre fasi:
- la negazione, la disperazione, il continuare a fare la vittima, piangere tutto il giorno gridando al mondo la propria sfortuna : se la persona non ha gli strumenti adatti non esce da questo loop negativo.
- La fase dell’ adattamento, in cui la persona si adegua al percorso delle cure, magari comincia a prendere informazioni, ma è ancora preda dell’atteggiamento vittimista per cui il cancro è stata una mala sorte capitata dal di fuori, magari si iscrive ai vari gruppi su facebook per avere un po’ di conforto, i vari” diamoci una mano” ” il cancro insieme non fa paura” , ma in realtà la situazione non migliora, perché in quei gruppi si cerca, consciamente o no , chi sta peggio di noi per sentirci meglio.
- La fase della presa di coscienza, quella in cui si comincia ad agire, sul serio, per cambiare quello che ha portato la persona a stare male.
Nella relazione di aiuto, si forma un circolo virtuoso per cui il coach dà uno stimolo allenante, ovvero una comunicazione che crea una reazione nella persona, un’ indicazione pratica, che altera l’ omeostasi della persona, l’ organismo reagisce, ci sono gli aggiustamenti, la fase di riposo, poi l’ adattamento, il miglioramento, ancora l’ omeostasi e così avanti si progredisce sempre di più.
Uno strumento molto efficace è la scansione della giornata, dove si riporta in maniera precisa, momento per momento, la propria giornata, in maniera tale da rendersi conto di quanto tempo si perde in cose non importanti , di quali sono le nostre abitudini, e di quanto tempo potremmo iniziare a dedicare a noi stessi : quella mezz’ora per sè stessi comincia a diventare non così impossibile neanche per la persona più impegnata.
È importantissimo rendersi conto della rete di relazioni che circondano il malato: le relazioni spesso sono una grandissima fonte di stress. I parenti , gli amici, i colleghi possono avere diverse reazioni nei confronti del malato: l’abbandono, perché non riescono a stare accanto al soggetto in difficoltà, e se ne vanno; la negazione e la sottovalutazione, ad esempio dell’ambiente del lavoro perché non si riesce a gestire la situazione fuori dell’ordinario e allora la si sottovaluta o peggio la si nega, e per questo il malato ha paura di non rendere e di essere licenziato. L’ invasione, per cui i parenti e gli amici si sentono in diritto di dire al proprio caro tutto quello che deve fare, soffocandolo . Il paziente a sua volta può andare in altri meccanismi connessi quali: la protezione, per cui non comunica le proprie emozioni ,fa finta di niente di fronte alle persone che ama; la lamentela, per cui il paziente si lamenta con la persona con cui sente che può farlo, spesso il marito, la moglie oppure la madre, ma se uno si lamenta in continuazione può rischiare di perdere la relazione con chi ama perché chi ascolta può non avere la capacità di sopportare. Quindi se uno è in dinamica lamentela bisogna aiutarlo a rompere questo schema magari chiedendo” Ma ti è utile lamentarti sempre?”.
Abbandono :se il paziente viene abbandonato da qualcuno in cui aveva fiducia si sente incompreso e cade nella rabbia; l’ invasione, per cui il paziente si sente pressato da qualcuno che gli dice tutto quello che deve fare ma il dovere non è la dinamica giusta per un vero cambiamento perché viene spontaneo fare l’opposto, bisogna invece fare leva sul piacere.
Di fronte alla negazione il paziente prova ancora rabbia e frustrazione perché non si sente riconosciuto ,è molto meglio ammettere di non sapere come comportarsi con il malato e chiedere a lui stesso come si potrebbe essergli utile.
Stesse dinamiche possono capitare al caregiver. Quindi durante la relazione di aiuto bisogna comprendere la storia del paziente, in primis attraverso la presentazione di un questionario per capire in che fase è, poi ponendogli molte domande: dando attenzione alla sua storia personale lo si fa sentire importante e gli si aumenta l’ autostima.
Bisogna comprendere la rete relazionale e quale figure influenzano maggiormente la sua vita e potrebbero influenzare il suo percorso di crescita verso la guarigione , bisogna aumentare la sua consapevolezza ampliandone la visione , fornendo degli stimoli senza essere invadenti, chiedendo ad esempio: ‘ che cosa potresti fare che ancora non hai fatto per stare meglio? ” , suggerendo ad esempio delle cure integrate per vivere meglio la malattia e le cure. E’ necessario comprendere il punto da cui partire per il cammino, attraverso delle domande tipo: ” qual è la cosa che ti potrebbe far stare meglio ora? Un’ora all’ aria aperta? Modificare qualcosa della tua alimentazione ? Il tutto va fatto piano, senza esagerare, per evitare appunto il fenomeno dell’omeostasi, senza dare ansia e stress al paziente, ricordandosi di improntare tutto sul piacere , sul godimento della vita , perché è la molla giusta verso un cambiamento duraturo. Gli interventi proposti dal coach devono essere flessibili, minimali ,autocorrettivi e adattati alla persona.
La guarigione presuppone la presa in carico del proprio potere personale ed è lunga tutta la vita: attraverso la relazione d’ aiuto si dà davvero potere alla persona, il coach propone, ma chi fa il vero cammino di guarigione è il paziente. Si parte dal piano psicologico mentale per poi arrivare quello fisico corporeo ,alle volte non si fa in tempo a guarire nel corpo perché manca il tempo , non perché la persona non ha fatto abbastanza, però l’importante è che quella persona muoia guarita cioè abbia guarito tutti i suoi problemi emotivi e psicologici e
questa è una gran bella vittoria!!!
Ci sono degli esercizi molto belli per ridurre l’ ansia e paura tipiche del malato oncologico e riportare il focus nel presente, in quanto se il soggetto è in ansia non bisogna agire sulla sua area di maggiore stress, perché in quel momento non è in grado di lavorarci , ma occorre ristabilire chiarezza.
Ecco quindi degli esercizi utilissimi per cui è fondamentale la collaborazione da parte del paziente che deve essere disposto a eseguirli con continuità perché i benefici si vedono nel tempo:
- l’allenamento alla gratitudine con ” l’esercizio dei tre grazie” : tutte le mattine si scrivono tre grazie per qualcosa che si ha, che si vede, che si è, questi grazie attivano gli ormoni del benessere e inducono a pensare ciò che si ha e non a ciò che manca, e rimanendo nel presente;
- le tre cose belle : un allenamento costante a vedere la bellezza che c’è attorno a noi, i lati positivi delle altre persone (saremo invece portati a fare il contrario);
- I tre punti di forza :”che cosa mi riconosco?”. In questa maniera ci si toglie dal bisogno di approvazione da parte degli altri e si pensa a quello che siamo, ai nostri pregi e a come possiamo utilizzarli. Chiaramente gli esercizi vanno proposti uno alla volta in maniera tale che diventino automatici, una sana abitudine.
Altro strumento bellissimo sono i mantra ; ovvero delle semplici frasi che vanno ripetute nel corso della giornata: ” io sono energia” , ” io sono vita”, “io sono luce”, ricordando che là dove va la nostra attenzione, là va la nostra energia , quindi se si presta attenzione a cose positive, si sentirà energia e positività scorrere nelle vene, e se arriva un pensiero negativo, si può bloccarlo chiedendosi :”mi è utile?”, ovviamente no .
Per la gestione della paura è fantastico l’esercizio delle 100 paure, in cui ci si rende conto che molte di esse, per non dire tutte, sono solo dei nostri costrutti mentali . Per la rabbia è efficacissimo e davvero liberatorio l’esercizio dei ” 101 vaffanculo ,”dove senza remore una persona scrive i “vaffanculo’ a tutte le persone che l’hanno fatta star male, e anche il perché: una volta fatto ci si sente davvero leggeri e liberati. Fondamentale anche fare prendere degli obiettivi al paziente, perché gli danno speranza: gli si chiede qual è l’obiettivo che vuole raggiungere tra sei mesi ,un anno , obiettivo che deve essere specifico ,misurabile, realizzabile e tempificato . Finita la teoria, devo dire che la simulazione di una sessione fatta con una compagna di corso è stata davvero utile e molto bella perché mi sono resa conto di quanta gioia c’è nel approcciarsi agli altri con il giusto metodo di aiuto, e sono convinta che quello che Mara propone in questo master è fantastico perché i malati oncologici hanno il diritto di trovare degli specialisti che li aiutino ad avere speranza e ad affrontare in maniera attiva e con presa di coscienza la fase della malattia e a capire che essa , se vissuta bene e con gli strumenti giusti, può essere anche una grossa opportunità di crescita come lo è stato per me.
Vi saluto e vi ringrazio per l’attenzione.
Maria Elena Grillo


