Stefania

Relazioni – L’esperienza di Stefania

La strada che permette di raggiungere gli altri parte da un viaggio attraverso se stessi

Il titolo di questo report racchiude quello che per me è stato il vero significato di questo master. Prima di poter essere in grado di comunicare in modo efficace con la persona che abbiamo davanti è necessario capire il modo di comunicare che usiamo innanzitutto con NOI STESSI e poi con gli altri, e il personale modo di reagire a quello che ci viene comunicato. Notare la reazione che abbiamo quando QUALCUNO ci comunica QUALCOSA nasconde un mondo abbastanza complesso, affascinante e in continua evoluzione e miglioramento.

Molto spesso nascondersi dietro “Al bisogna dire la verità” non giustifica i modi con cui viene detta…. Le parole posso fare più male di quello che si possa pensare, il potere della comunicazione è una potentissima arma che possediamo.. e come tutte le armi bisogna essere in grado di saperle usare, e per saper farne buon uso, bisogna conoscerle. La conoscenza è quello che permette il cambiamento, il miglioramento, la crescita, l’evoluzione.

Partendo dalle basi della comunicazione quindi dagli assiomi di Paul Watzlawick:

Non si può non comunicare

Questo primo assioma esplica come noi comunichiamo sempre, anche quando stiamo in silenzio; anche il silenzio parla! Imparare dunque ad usare il silenzio è fondamentale per non rischiare di generare emozioni disfunzionai quali rabbia, sensazione di non considerazione e chiusura che porta ad una completa mancanza di rapporto. Il silenzio o meglio, la non risposta, viene interpretata in base alla propria percezione e al proprio sentire; quindi soppesando le nostre modalità di comunicazione impareremo a guardare le modalità degli altri con occhi diversi…
Il silenzio permette di richiamare attenzione, genera pause di riflessione strumento utilissimo se correttamente usato.

Come interpreto io il silenzio/la non risposta degli altri?

Cosa genera in me la non risposta da parte del mio interlocutore?

La mia reazione dipende da CHI mi dice COSA oppure è indipendente da chi mi parla?

Le emozioni che vengono generate in me dal silenzio altrui mi permettono di capire cosa in realtà sto cercando, di cosa ho bisogno; se mi generano rabbia, o senso di non considerazione e perché io da quella persona mi aspetto maggiore considerazione! Quello che io mi aspetto dagli altri è in realtà quello che non riesco a dare a me stessa, quello che mi manca; questo desiderio non è altro che la necessità di soddisfare un mio bisogno primario.. che mi porterà a reiterare schemi e dinamiche che produrranno nella maggior parte delle volte un’amplificazione del mio senso di frustrazione, questo dovuto al fatto che i tempi e le modalità di reazione dell’altro rarissimamente coincidono con quelle che sono le mie aspettative.

Da questo si evince che chiunque sia il mio interlocutore quello che mi viene detto riflette il mio mondo interiore; se io prima di tutto non ho una base forte di stima e considerazione di me stessa, leggerò in quello che mi viene detto e nel modo in cui mi viene detto quello che in realtà cerco, in quanto tenderò a confermare quello che mi manca; lavorando su questa dinamica sarò in grado di cambiarla e di conseguenza indurre un funzionale e soprattutto veloce cambiamento nella persona che sto seguendo.

Ogni comunicazione ha un aspetto di relazione e uno di contenuto, la relazione classifica il contenuto

Per fare in modo che ciò che dico raggiunga il mio interlocutore prima di tutto devo curare la relazione con lui. Siamo noi che, in base al nostro sentire, a quello che stiamo cercando, decidiamo in modo inconscio se dare fiducia o meno a qualcuno; d’altra parte noi, come professionisti, sulla base di questo dobbiamo ‘guadagnarci’ la fiducia di chi ci cerca, ed alimentarla per mezzo della COERENZA TRA QUELLO CHE DICIAMO E QUELLO CHE FACCIAMO; per generare questo è necessario avere piena consapevolezza di se stessi per riuscire a creare un rapporto di fiducia professionista/paziente: quello che sono identifica quello che dico a prescindere dell’etichetta che porto.

La natura della relazione dipende dalla punteggiatura, questa comprende il tono della voce, la velocità, la parte verbale e non verbale, l’energia che metto in quello che dico e dal come lo dico.

La relazione si basa su due piani simmetrico e complementare

La relazione più efficace e quando io mi pongo sullo stesso livello del mio interlocutore, questo mi permette di comprendere la sua realtà quindi entrare nella sua mappa mentale, in tal modo si sentirà compreso, accolto e di conseguenza aperto verso la guida che io gli offro.

Fondamentale è sempre mantenere il proprio ruolo dimostrando empatia e fermezza.

Comprendere la realtà dell’altro è il primo passo per creare un rapporto di fiducia, in quanto la realtà percepita è molto più vera della realtà stessa e sarà sicuramente completamente differente dalla mia. Ognuno di noi comprende l’altro in base al proprio grado di consapevolezza; la fase introspettiva è un passo obbligato per fare la differenza, conoscere il proprio mondo interiore, avere sperimentato le tecniche prima su se stessi ed averle trasformate in tesoro personale permetterà di essere più coerenti, più efficaci e più lineari.

Quando cambi la percezione cambia la realtà

Noi siamo le storie che raccontiamo su noi stessi, a noi stessi e agli altri

Quali sono le emozioni che mi genera quello che mi sto raccontando?

In che modo posso cambiarle se non mi sono utili?

Cambiando il modo di raccontare, cambio le emozioni che quello che dico genera… questo è il potere della narrazione! Potentissimo esercizio per sbloccare e cambiare totalmente prospettiva… non semplice da applicare ma con un po’ di attenzione provando a guardare la stessa storia con altri occhi… avviene la magia! E sì, si tratta proprio di una magia, la percezione del cambiamento è immediata e la sensazione diametralmente opposta alla precedente.

L’essere d’aiuto è uno degli scopi dell’essere umano questo non deve trasformarsi nella trappola del voglio aiutare tutti, poiché si rischia di cadere nella trappola dell’aiuto l’altro per aiutare me stesso. Ed ecco qui che emerge lui: il BISOGNO DI RICONOSCIMENTO.

Questo è uno dei bisogni primari dell’essere umano, se non adeguatamente gestito può portare a comportamenti disfunzionali: fondamentale è raggiungere la consapevolezza che l’essere in grado di aiutare gli altri prevede un ‘limite’: posso aiutare solo chi vuole essere aiutato, non possiedo una bacchetta magica e non posso obbligare nessuno a fare qualcosa che non vuole. Il bisogno di riconoscimento, è un bisogno che va sempre tenuto sotto controllo. È facile cadere nella trappola di voler a tutti i costi aiutare tutti. Lavorare sul bisogno di riconoscimento è fondamentale per non cadere come professionisti in questa trappola. Bisogna essere in grado di lasciare la persona libera di attraversare le sue emozioni perché solo così sarà in grado di superarle, questo è l’unico modo per poterla aiutare! ma ciò può avvenire solo e soltanto, qualora lo si è sperimentato su se stessi avendone visto i risultati, ragion per cui ti permetterà di trasmettere certezza e garanzia.

I bisogni primari e inconsci sono:

Riconoscimento/approvazione

Legame/appartenenza

Certezza

Incertezza

Nascono insieme all’essere umano e le dinamiche volte alla loro soddisfazione si replicano a prescindere dal contesto; spesso è un meccanismo inconscio che mette in atto tentate soluzioni che non fanno altro che alimentare il problema. Questo è una delle principali fonti di stress.

Quello che noi vediamo in noi stessi non è altro che quello che vediamo nel paziente che abbiamo di fronte, ma in modo amplificato, motivo per il quale il lavoro personale sui bisogni è fondamentale: non posso dare, se prima non sono io ad avere, non posso insegnare se non sono io prima a sapere.

In una relazione d’aiuto non può essere rigidità, poiché bisogna considerare la persona come tale, il contesto in cui vive, in cui ha vissuto e cresciuta, il livello culturale, l’estrazione sociale. Questi sono tutti fattori che fanno la persona in toto.

Per non essere rigidi bisogna aver attraversato quella dinamica che con il nostro lavoro andiamo a modificare: modifica che avviene attraverso la rottura di schema e l’azione. Chi cerca aiuto, cerca concretezza, risultati, ha bisogno di vedere la luce alla fine del tunnel…. L’avere sperimentato su se stessi determinati esercizi e protocolli permette di accorciare altamente le tempistiche dei primi risultati evidenti che permettono di fornire quella boccata di ossigeno per generare energia sufficiente per raggiungere lo step successivo. Il processo di cambiamento e di conseguenza il percorso di guarigione è un percorso fatto di piccole azioni. Il vero cambiamento quello utile è quello che non impatta sulla quotidianità, ma replicato, porta ad evidenti risultati questo permette di superare quelle resistenze legate alla paura di quello che non si conosce. “L’intelligenza di una persona si misura dalla quantità di incertezze che è capace di sopportare” kant

Conoscere le fasi della malattia e i modelli di reazione permette di capire in quale fase si trovi la persona e quale sia il suo grado di crescita individuale. Lo stato di negazione della malattia può durare diverso tempo o addirittura la persona può permanere in quello stato riconoscendolo come zona comfort adattandosi ad essa. Inoltre anche la sofferenza può divenire un’abitudine: “prima di cercare la guarigione di qualcuno chiedigli se è disposto a rinunciare a quello che lo ha fatto ammalare”.

La presa di coscienza è quella fase della malattia che permette di creare quel click in grado di cambiare qualcosa dello stato precedente di vittimismo in cui si cade nella fase di negazione: il mezzo sono le piccole azioni ed è a questo livello che è possibile intervenire.

Importanti sono anche i tempi su cui lavorare; spesso il paziente è radicato nel passato.. torna sempre all’evento; riportarlo nel presente, nel qui ed ora permette di lasciare andare quello che è accaduto non essendo più modificabile e di lavorare nel presente che è l’unico tempo che permette di generare un futuro migliore.

La progettualità è un passo fondamentale che permette di mettersi sulla strada di ciò che voglio ottenere. Ogni prodotto nasce prima da un pensiero, che si concretizza tramite azioni che seguono la strada disegnata dalla formulazione di un obiettivo concreto, attuabile, e raggiungibile in un lasso di tempo determinato. (SMART)

La conclusione di questo percorso mi permette di poter affermare di aver concretizzato maggiormente alcune mie consapevolezze, ed inoltre di aver in mano un quadro di base che accomuna l’essere umano in tutte le diverse fasi della propria esistenza a prescindere dal suo stato di benessere o di malattia intesa nella forma più ampia del termine.

Il lavoro fatto mi ha permesso di concretizzare un modus operandi considerando l’altro come il riflesso di me stessa, la malattia non fa altro che amplificare ‘stati basali’ naturali che una volta scoperti, conosciuti, accettati vengono ridimensionati, cambiati e trasformati.

Concludo dicendo, che la consapevolezza più forte e che tutto dipende da noi, mi piace riportare questa frase che per me è stata come un faro: LA VITA NON È QUELLO CHE TI ACCADE MA QUELLO CHE FAI CON QUELLO CHE TI ACCADE.

Grazie a te Mara, a tutte le mie compagne di corso e a me che mi sono data questa grande opportunità di crescita.

Stai affrontando una malattia?
Oppure l’hai superata, ma senti che la diagnosi ti ha peggiorato la vita?

Vivi una situazione difficile e vuoi un aiuto per affrontare la malattia?

Siamo qui per te!

Come cancer coach possiamo cambiare il modo in cui vivi e affronti la malattia.

Ci siamo passate.
Scopri di più

Stai affrontando una malattia? Oppure l’hai superata, ma senti che la diagnosi ti ha peggiorato la vita?

SCRIVIMI QUI